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Riga, la bellezza nella fusione
Riga, la più grande e cosmopolita delle capitali baltiche, a circa 15 km dall’incontro del fiume Daugava con il Mar Baltico. Città capace di vivere la propria dicotomia, sociale e culturale, in armonico equilibrio. Medaglia dalle due facce che dialogano fra loro. Metà della popolazione è lettone, l’altra russa con una minoranza di polacchi, bielorussi e ucraini.
Sono qui per lavoro. Restauro della Scagliola, tecnica di finto marmo, presente in 2 saloni dell’antica sede del Palazzo della Borsa. “Labrit”, tutte le mattine aprendo il portone, sorrido, dò il buongiorno. All’entrata del cantiere è allestita una zona fumatori, molto frequentata, uomini e donne allineati su delle panche di legno.
Cerco di camminare con naturalità. Non vedo i loro occhi su di noi. Li sento. Teste basse. Sigaretta in mano. Non una parola o gesto con il capo. Strascichi di diffidenza di retaggio sovietico? Anche. È una delle due facce. L’altra è Bruno, falegname attento a spendere con noi tutto il tempo che riesce a ritagliare al suo lavoro o Arvids, uomo di grande mole e inesauribile disponibilità.
Ogni viaggio è accompagnato da un buon Virgilio. Coloro che permettono di oltrepassare l’apparente per guardare, attraverso gli occhi della conoscenza, all’anima di un luogo. Ciò che a un primo avvicinamento mi apparse come stridente opposizione, rimanda ora tutta la sua equanime fusione. Città Vecchia e Città Nuova.
Divise da un canale, dialogano fra loro attraverso eleganti parchi che ospitano lo scorrere del naviglio che demarca le due zone. La più antica, racchiusa dalle mura della città medievale, è un brulicare di viuzze acciottolate, trappola infernale per i tacchi 12 tanto amati e portati con disinvoltura dalle cittadine.
Addentrarsi nel cuore di Riga significa lasciarsi ammaliare. Dai venditori d’artigianato e ambra dietro il duomo. Dalle piazzette che gelose della propria bellezza si nascondono alla vista, concedendosi solo a chi ha voglia di perdersi. Dal fascino dei ristoranti che ti accolgono prima di ogni pasto con un cestino in vimini ricolmo di pane speziato da accompagnare con burro alle erbe.
Oltrepassando una figura di donna alta nove metri, nota come “Milda”, eretta a simbolo di libertà nazionale, si arriva a Città Nuova. Catalogo di edifici Art Nouveau, la più grande raccolta d’Europa . Catapultati nell’altra faccia della città. Mondana. Intrisa della volontà di non far invidiare le più grandi capitali europee.
Mi trovo a metà del ponte Vansu. Collega Città Vecchia a Kipsala, un’isola. Il mio sguardo si sofferma sulle nuvole. Ritagliate da un manga giapponese stanno lì, come appese in prospettiva una dietro l’altra.
Le nuvole e i colori. Vivi. Forti. Quasi sfacciati che creano questa luce nordica, che più ha colpito i miei sensi. Sulla destra si affacciano alla foce del fiume abitazioni in legno riccamente ornato. Spuntano dalla vegetazione mostrandosi in un caleidoscopio di colori che vengono riflessi sulla pelle del Daugava. Veduta campestre. Nulla che faccia pensare di trovarsi nel bel mezzo di una capitale.
La faccia genuina che Riga sa ancora sfoggiare con orgoglio. Volgo ora lo sguardo alla mia sinistra. Svetta uno dei pochi pochissimi,grattacieli della capitale, sede di una banca. Armonioso nelle sue forme curvilinee. La luce del tramonto colpisce la geometrica griglia di vetrate, creando suggestivamente in me il ricordo del videogioco Tetris.
Riprendo a camminare. Scoppio in una risata solitaria ricordando il saluto di Bruno all’uscita del cantiere: “Paldies Dievam piektdiena! - Grazie a Dio è venerdì!”
Lettonia, scorci narranti
Camminando per la capitale Riga, fino a soffermarsi per qualche riflessione sul Vansu, ponte che collega la Città Vecchia a Kipsala, un’isola sulla riva sinistra del fiume Daugava.
Riga, Doma laukums, piazza del Duomo
© Laura Piovesana
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A come Asia
Dell’Asia, dell’Oriente e dell’India, la sua anima pulsante, tutto è già stato detto e scritto. Difficile aggiungere senso o non cadere in un facile esotismo. Più che fare delle riflessioni, cercherò di trasmettere sensazioni, o meglio “esperienze”, come scriveva Moravia a proposito dell’India. Perché se per parlare d’Europa è bene fare un passo indietro, per raccontare l’Oriente bisogna entrarci, farne esperienza appunto, lasciandoci andare al ritmo della vita, spogliandoci delle nostre sovrastrutture mentali, accettandone le contraddizioni ed evitando di giudicare in base ai consueti parametri di efficienza e razionalità. Altrimenti meglio rimanere in Occidente o nelle isole d’Occidente sparse in giro per il globo.
Scriveva l’autore palestinese Edward W. Said: “L’Oriente non è solo adiacente all’Europa, è anche… la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicali simboli del diverso. E ancora l’Oriente ha contribuito, per contrapposizione, a definire l’immagine, l’idea, la personalità e l’esperienza dell’Europa e dell’Occidente”.
Può oggi sembrare che questa diversità di cui l’Oriente è portatore sia stata soffocata da una transizione troppo rapida verso la modernità accompagnata da un altrettanto veloce processo di inurbamento. La visione occidentale del mondo sembra aver travolto quella orientale. Ma se i paesi del sud est asiatico hanno perso la propria identità, se in Cina il pensiero si è appiattito e le tradizioni sono state distrutte e sostituite con valori presi in prestito, altrove storia millenaria e futuro ipertecnologico, forza delle tradizioni e globalizzazione coesistono.
Viaggiando in Asia si ha davvero la sensazione di vivere contemporaneamente in epoche diverse. Per ritrovare il fascino della tradizione non è necessario varcare dei confini, come quello fra la Thailandia e il Laos, è sufficiente muoversi all’interno di uno stesso paese ma fuori dalle rotte più turistiche, liberandosi da paure e difese. Non è difficile farlo perché l’Asia, con le dovute eccezioni, è il più “friendly” di tutti i continenti non occidentali. Gli orientali sono amichevoli non perché sorridono sempre, come recita un diffuso stereotipo, ma perché davvero disponibili e gentili. E poi ad ambientarsi in fretta contribuiscono la diffusione dell’inglese, i costi accessibili e il modo di vita informale per cui il bagaglio essenziale può essere costituito da un semplice pareo, dei pantaloni di tela, una T-shirt e un paio di ciabattine infradito.
Si scoprirà allora un mondo altro, un’Asia dove il sacro è una presenza quotidiana, viva e costante. Se è vero che proprio qui si è affermato più che altrove il materialismo, è anche vero che è stato vissuto quasi come una religione, senza un dio forse, ma con i suoi profeti. E poi a guardar bene di materialismo siamo affetti soprattutto noi occidentali.
In Asia i gesti e i riti quotidiani sono una testimonianza di un’attenzione al divino che non è presente solo nei templi di Bali o Kathmandu, ma anche nella congestionata Bangkok. Spiritualità è accendere un bastoncino d’incenso, appoggiare un fiore di ibisco ai piedi di un’immagine sacra, appiccicare una sottile lamina d’oro sulla statua del Buddha, erigere una piccola casa per gli spiriti accanto alla propria e forse soprattutto congiungere le mani all’altezza del cuore e salutare con un “namaste”, “salve al sacro che è in te”.
L’Oriente può per noi essere ancora un viaggio dell’anima da cui tornare arricchiti da quella dimensione di spiritualità che abbiamo perso, con in aggiunta un pizzico di magia e irrazionalità.
Per approfondire: Tiziano Terzani “In Asia” e Ilaria Maria Sala “Il Dio dell’Asia”. E naturalmente il “Siddharta” di Hermann Hesse.
Le quattro stagioni colorano la Basilicata
Le piccole piazzette. Un lento respiro lapideo tratteggia i connotati di Guardia Perticara, nell’antica Lucania. Un borgo conteso da molte civiltà per la sua posizione di dominanza di tutta la valle del Sauro.
Guardia Perticara, vista dall’alto di Piazza Europa e della Chiesa Madre
© Gianfranco Massaro
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Guardia Perticara, borgo di Lucania
Balconi fioriti di gerani dalle mille sfumature illuminano le pareti di pietra in primavera e d’estate. Il sole dai colori forti dona i suoi tramonti. La sera il cielo si fa così terso da far risplendere di milioni di stelle galleggianti in una Via Lattea chiaramente visibile. La luna piena, vicinissima, sembra sorriderti.
Benvenuti nel borgo medioevale di Guardia Perticara, il centro della Basilicata più attivo nel periodo pre-unitario. Le sue radici raccontano una storia antichissima che risale all’età del Bronzo quando nel territorio si insediarono gli Enotri. Questi occuparono l’intera zona fino all’V secolo a.C fino a che la loro presenza s’intrecciò con la civiltà della Magna Grecia, e di essi numerosi gli insediamenti rinvenuti. Restano ancora oggi diversi siti archeologici.
Teatro di una vita religiosa molto intensa, nelle spelonghe del territorio guardiese alcuni monaci basiliani trovarono riparo dall’invasione avara dei Balcani del V secolo e da quella araba in Medio Oriente e in Egitto dell’VIII secolo. Nel 1652 Guardia divenne sede di un Convento di monaci francescani.
Ma le sue vicissitudini si mescolano anche con quelle degli antichi signori feudali normanni, svevi, angioini (che qui avevano la loro fortezza). La ragione di un simile interesse si spiega con la sua “invitante” posizione geografica. Situata sulla cima di una collina infatti, il borgo medioevale domina tutta la valle del Sauro.
Guardia Perticara è silenziosa. Attenta. Eternamente immobile, sembra osservare taciturna le montagne che la circondano preservando gelosamente la sua condizione naturale. Querce, ulivi, pini sembrano lì da secoli, partecipi dell’alternarsi delle stagioni, mugugnanti mentre il vento gelido dell’inverno li attanaglia.
Alberi. Taciturni quando il caldo torrido dell’estate li soffoca. Cangianti di meravigliosi colori e sfumature con l’autunno. Sorridenti all’arrivo della primavera quando l’intera valle è rigogliosa di vegetazione ed emana un intenso profumo di margherite ed erbe selvatiche.
Gioiello nascosto di un’Italia diversa dalle classiche e affollate mete turistiche. Entro dentro Guardia Perticara, con le sue pietre a faccia vista. Camminando per le sue viuzze rivestite di ciottoli e mattoni rossi, mi sento immersa in un alone di storia di cui mi faccio attenta ascoltatrice.
Maestosi portali, antichi palazzi patrizi e i ruderi del castello circondato dai resti di sette torri parlano di un’epoca assai lontana. Via dei Carbonari narra le vicende di una setta segreta dove molti patrioti si riunirono segretamente con un sogno ben preciso: l’Unità d’Italia e la fine del regime borbonico.
Anche il cinema ha subito il fascino di questo luogo. Il borgo più volte è diventato set per il Grande Schermo. La più recente “Basilicata coast To coast” del regista nascente Rocco Papaleo. Nel 1979 Francesco Rosi trovò l’ispirazione per alcune scene neorealiste del suo film Cristo si è fermato a Eboli immortalando una civiltà di cui oggi rimane ben poco.
Se l’arrivo della modernità sta a poco a poco cancellando le tradizioni più antiche, la Festa della Madonna del Sauro, la protettrice di Guardia e una delle sette sorelle tra le quali la Madonna nera, persiste ancora. La sua dimora, una piccola cappella, è sita nella valle del Sauro dove la Madonna rimane per tutto l’inverno mentre in maggio viene ricondotta in paese.
Dell’antica processione, quando in spalla i guardiesi la conducevano dal paese alla valle sotto il caldo torrido di agosto che rendeva i volti delle donne di un rosso vermiglio, rimane la processione per le vie del borgo mentre un vocìo misto di preghiere e ciance la accompagna.
Valencia, modernità ed eleganza spagnola
Terza città spagnola per numero di abitanti, dopo Madrid e Barcellona, vivace, moderna, luminosa. Un po’ alla volta, negli ultimi anni, emerge e si sviluppa come ricco centro commerciale, portuale, ma anche come centro culturale. E’ Valencia.
Nel zona orientale della Spagna, nella Comunità Valenciana, questa città, anticamente fondata dai Romani, è un vero omaggio all’eleganza, al lusso sobrio, alla contemporaneità, al rinnovamento e alla bellezza urbanistica.
Si presenta come un’aristocratica signora, ma senza vanità, senza eccessi. Accogliente, illuminata come nelle serate festive, sembra un enorme salotto. I suoi edifici, anche quelli di costruzione più recente, sono oggetto di restauro e molti di questi, già ultimati dai lavori, tornano alla beltà di una volta.
Uno degli aspetti migliori di Valencia è la possibilità di intrattenersi in lunghe passeggiate, sia diurne, durante la frenesia quotidiana che mischia lavoro, shopping e attività ricreative, sia notturne quando i locali, i ristoranti si riempiono di turisti – sebbene non sia interessata, per fortuna, dal turismo di massa – e di spagnoli abituati a vivere la noche.
Così, si trascorrono le serate tra una piazza e l’altra, tra un boccone di sardine affumicate, piatto tipico, e un bicchiere di vino, per finire con un sorso di “café solo” o “café con leche”, ovvero i nostri caffè semplice e cappuccino o latte macchiato.
Valencia ha un’atmosfera magica. La sua modernità è di tale buon gusto che non passa mai inosservata. Persino, il mercato coperto, il Mercato Colón, una struttura con colonne di ferro e decori nello stile architettonico di Antoni Gaudí, oggi completamente rinnovato, è un rinomato ritrovo, un luogo in cui cenare, gustarsi un aperitivo, insomma un posto di tendenza. Ma è una tendenza non gridata, non urlata come in altri luoghi di questa bellissima terra di
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